Stimolazione Basale: sensorialità…emozione…comunicazione…relazione!

 

La sensorialità e la percezione rivestono un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’uomo fin dal suo concepimento.

Per tutta la vita ogni persona avverte, sperimenta e ascolta input sensoriali: tutti questi stimoli che, a vario titolo ogni essere umano vive, si collegano ad una componente emozionale.

La Stimolazione Basale, intesa come approccio educativo-riabilitativo, promuove lo sviluppo della persona con grave e gravissima disabilità attraverso la sensorialità e la percezione corporea, considerando anche la pregnanza emozionale che tutto questo comporta.

La Stimolazione Basale, che in particolar modo accompagna quelle persone affette da disabilità molto complesse, propone il termine “educazione” là dove apparentemente sembra quasi impossibile il solo pronunciarlo.

Invece è proprio lì, in queste situazioni di vita molto particolari che la Stimolazione Basale assume il suo ruolo più importante.

Facendo leva sulle competenze sensoriali “basali” che tutti gli uomini possiedono: somatiche, vibratorie e vestibolari, si privilegia la percezione del corpo della persona e si favoriscono il benessere e la comunicazione.

Sostenere la percezione corporea significa dare la possibilità a queste persone di rilassarsi, risentirsi e perché no, attivarsi, anche se in apparentemente piccolissimi movimenti che, tuttavia, le rendono protagoniste e non solamente “oggetto di cura”.

Essere protagoniste significa, attraverso queste piccole esperienze di attivazione in autonomia, essere interpreti attive del loro corpo, della loro quotidianità e magari ad avere una certa tensione progettuale verso il mondo esterno.

 

Intervenire nell’ambito della sensorialità corporea, significa anche far scaturire nell’uomo delle emozioni e stabilire con lui una comunicazione.

In questo caso non si tratta di una comunicazione verbale ma di un contenuto comunicativo extraverbale, non per questo meno significativo, anzi, per certi versi ben più profondo, autentico e sincero.

La comunicazione riferita alla sensorialità corporea dà possibilità di espressione a quelle persone che non riescono ad utilizzare il comune linguaggio verbale.

La comunicazione che utilizza il corpo come centro di scambio è una forma di dialogo globale e reciproco che motiva alla relazione ed alla partecipazione dando senso all’esperienza ed al mondo.

I canoni comunicativi di queste persone sono altri, sono molti: è necessario imparare ad ascoltarli.

Durante un intervento di Stimolazione Basale, osservare la chiusura e l’apertura degli occhi, l’emissione di un suono gutturale, il rilassamento di una mano, significa ascoltare queste persone, che, attraverso questo intervento che interagisce coi loro sensi, comunicano il loro stato d’essere fisico ed emozionale in quel momento. Parole oltre le parole.

Noi viviamo quotidianamente lo stretto legame che esiste tra Stimolazione Basale ed emozionalità, lo riscontriamo attraverso il nostro intervento con bambini, ragazzi ed adulti con disabilità psicofisica complessa ed anche con bambini e ragazzi affetti da autismo ed insufficienza mentale grave.

La Stimolazione Basale assume il più alto significato se pensiamo alle tante persone nella prima situazione di patologia: con una notevole forma di compromissione fisica ed un ritardo mentale profondo, che non si muovono e non parlano. Attraverso contatti che si riferiscono alle sensorialità caratteristiche di questo approccio, si accompagna la persona a risentire il proprio corpo statico, a ripercepirsi in uno stato di piacevolezza che non è solamente fisica, lo stato di benessere indotto fa scaturire anche una positività emozionale. Ricordiamoci che gioia e piacere sono il motore esistenziale per qualunque essere umano!

Mentre scriviamo pensiamo a bambini che accogliamo nelle nostre braccia, in quel momento sono rigidi, piangono e, gradualmente, grazie all’applicazione di queste impostazioni metodologiche sul loro corpo, si rilassano, attenuano i movimenti patologici, sorridono, emettono un respiro profondo…

Ecco ora sono pronti, in questo stato di tranquillità, in questa nuova posizione favorita dal contatto col nostro corpo e grazie alla relazione che si è instaurata a partire dall’aver provato sensazioni piacevoli ; possono sentire ancora qualcosa di più strutturato e che è al di fuori di sé, dai propri confini corporei: un oggetto.

Certamente non sono in grado di compiere l’azione per esplorarlo: spetta a noi, attraverso contenuti di Stimolazione Basale, compensare l’assenza di esperienze motorie attive e favorire la sperimentazione.

Quest’oggetto normalmente verrebbe respinto oppure sarebbe fonte di disagio, confusione o agitazione; tuttavia, grazie ad un’adeguata preparazione con concetti di Stimolazione Basale, riusciamo a farlo sentire e conoscere in modo armonico.

Pensiamo invece ai bambini con autismo: li teniamo per mano, sono spesso intimoriti, agitati, urlano e vivono nel loro mondo. Con le adeguate proposte, riusciamo a catturare la loro attenzione sensoriale. Quasi magicamente, i loro timori diminuiscono, rallenta la loro ipercinesia, diminuisce il loro affanno respiratorio…

Anche queste persone come quelle citate prima, ora sono pronte ad ascoltare qualcosa di diverso: un materiale sensoriale, un oggetto, la nostra mano…

I bambini nelle due differenti situazioni di patologia non parlano, ma i loro sguardi tranquilli, gli accenni di un timido sorriso, la quiete della loro respirazione valgono molto di più di mille frasi: possiamo definirli dialoghi senza parole.

In alcune circostanze questi dialoghi avvengono come risposta immediata, in altre situazioni è necessario più tempo, tuttavia quello che conta è che siamo riusciti, grazie a questi contatti sensoriali a parlare ed ascoltarci.

Grazie a tutti i bambini, ragazzi e persone adulte che sono disponibili a parlare il linguaggio corporeo della Stimolazione Basale.

Luca Scarpari

 

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Per sentire che ci siamo…

Quella che ogni settimana facciamo nel nostro centro, è semplicemente un’attività di stimolazione somatica.

E’ un’ora e mezza, a volte due, che di mattina, da più di cinque anni, ci prendiamo volentieri, un tempo per noi.

Contatto corporeo, questo è il nome che insieme le abbiamo dato, era stata pensata per un gruppo di ragazzi che per diversi motivi, oltre a avere un ritardo mentale grave, sono in carrozzina, per offrirgli la possibilità di percepire anche quelle parti del corpo che di solito più dimenticano, per dar loro l’opportunità di scendere, di stare con la totalità del loro corpo, di viverlo tutto, di godere di un’altra prospettiva, anche solo di sdraiarsi, di essere tutti, finalmente, per un momento, sullo stesso livello.

Ci siamo scelti un angolo tutto nostro, una piccola stanza morbida, in cui poter usare cuscini, coperte, supporti, in cui a accompagnarci ci possa essere la musica, qualche libro, in cui poter giocare con la voce, o con il silenzio.

All’inizio c’è stato subito un forte desiderio di coccole, di abbracci, un bisogno di sentirsi, di stare insieme, che sempre è la parte preponderante, a cui si è aggiunto quello del rilassarsi, del lasciarsi andare, del crearsi una bolla di tempo nostra, in cui rallentare, in cui uscire da quello che sempre abitiamo.

Gradualmente è emersa anche la voglia di aprirsi sempre di più a tutti gli altri compagni, di cercare di portare quelle coccole e quel nostro tempo oltre le pareti di quella stanza, e di accoglierli con noi, invitandoli a partecipare volta per volta ai nostri incontri.

In fondo, quello che realmente facciamo dopo esserci stesi sulle trapunte, è godere della bellezza dell’essere accanto, semplicemente, del far “sentire all’altro che ci siamo”, come ha detto uno dei ragazzi che partecipa fin dall’inizio: stiamo, nulla di più, godiamo delle nicchie di calore che nascono con il contatto, o che naturalmente si creano, prestiamo davvero infinita cura a quello iniziale, condividiamo parole, sensazioni, respiri, racconti, storie.

Il primo gesto che tutti compiamo, è ascoltare, poi cerchiamo di lasciarci guidare dalla delicatezza, dal desiderio di vivere momenti che siano piacevoli per tutti, per noi stessi, e per le persone con cui li condividiamo.

Se dovessi nominare un episodio in particolare, farei fatica, troppe emozioni prendono forma ogni volta che ci ritroviamo: così forse in questo momento sceglierei una delle ultime immagini che custodisco dentro di me… Matteo, che da quando lo conosco ha quasi sempre una rigidità muscolare piuttosto forte, e che durante le giornate che trascorre con noi non avevo mai visto abbassare neanche per un momento le palpebre, in uno degli ultimi incontri si è completamente abbandonato, con calma si è messo su un fianco, si è appoggiato a un compagno, ha chiuso gli occhi, è si è addormentato…

Così questa proposta di stimolazione somatica credo sia tante cose per noi, ma soprattutto, una meravigliosa cura del tempo…

Francesco Cancarini

Trasformare

Mara ha 41 anni, una figlia di 8. E’ una donna di quelle che si definiscono
dinamiche. Lavora come impiegata dal lunedì al venerdì e il fine settimana lo dedica alla sua passione: la montagna, riuscendo a conciliare tutto con il suo ruolo di madre.

La vita per lei è una sfida.
In modo banale cade, proprio in montagna. Trauma cranico grave, fratture varie alla parte sinistra del corpo, lesione completa del plesso brachiale sinistro.

Arriva da noi in riabilitazione un mese dopo la caduta. E’ in ancora in coma, anche se in remissione. Si evidenzia una emiparesi sinistra, ha tracheocannula, sondino naso-gastrico, valva gessata agli arti sinistri.

Dopo un paio di settimane è contattabile anche se molto affaticabile, comunica con il labiale, la mimica e i gesti. Alterna momenti in cui intersgisce con l’ambiente a momenti in cui è sonnolente. Incomincia ad “eseguire ordini semplici”, alcune attività. Si lava i denti, il viso con movimenti guidati. E’ ancora difficile valutare se abbia danni cognitivi e di che tipo. La sua situazione clinica è stabile.

Ho imparato a conoscerla bene. Sono andata in terapia intensiva a prendere contatto con lei e con il marito prima del ricovero, mi sono occupata del ricovero, l’ho seguita in modo continuativo in queste due settimane, costruendo con il marito e l’amica che era con lei al momento dell’incidente un rapporto di fiducia reciproca. Il marito e l’amica si sono dimostrati
subito favorevoli a contribuire a prendersi cura di Mara, lei ha reagito in modo positivo.
L’integrazione nell’assistenza è risultata natursle e spontanea.

E’ sabato pomeriggio. Il fine settimana non ci sono terapisti e nemmeno il medico.
Spesso diciamo tra di noi che “non succede niente”. Noi infermieri portiamo avanti gli obiettivi concordati fino a venerdì, o come accade spesso in realtà, quelli decisi il mercoledì durate la riunione di team.
Venerdì con la fisioterapista si era considerato che era arrivato il momento per cominciare a mobilizzare Mara, a farla andare in sedia posturale. Il medico era d’accordo. (All’interno del team abbiamo concordato che la prima volta lo fanno un fisioterapista ed un infermiere insieme, informato il medico che di solito assiste.) Quel venerdì però non era stato possibile per motivi organizzativi.
Mara fa capire che il letto le sta stretto. Si muove in modo agitato, sbatte il braccio destro sulla sponda e indica la carrozzina già presente in camera sua, suda. E vorrebbe bere.
Cerca di strapparsi il sondino nasogastrico.
Il marito viene a cercarmi per riferirmi questo. Gli spiego che non e possibile per me aiutarla ad andare sulla sedia, non è mai stato fatto prima e io non posso assumermi questa responsabilità durante il fine settimana. Questi sono gli accordi. Vado anche da Mara, le spiego le stesse cose, e che sarà con la logopedista che da lunedì incomincerà gli esercizi per lo svezzamento dalla tracheocannula e incominciare solo poi a provare a bere e mangiare.
Torno in infermeria con un senso di rabbia. Faccio fatica ad accettare l’idea che siano stati solo motivi organizzativi ad impedire di provare venerdì Mara potesse provare ad andare sulla sedia.
Dopo pochi minuti, forse un quarto d’ora, il marito torna. Non sa più come fare perché Mara è sempre più nervosa, si è impuntata. Il marito capisce la situazione, prova a ribadire che il sabato pomeriggio non è possibile, ma soprattutto vorrebbe aiutarla, ma non sa come e si sente impotente.

La mia rabbia aumenta, e aumenta la difficoltà nel dover sostenere una situazione che non condivido. Mara è giovane, con un potenziale riabilitativo grandissimo, un recupero molto veloce. Perchè deve “stare ferma” per due giorni? E capisco che le spiegazioni che fornisco a Mara, per quanto veritiere ed esaurienti, non soddisfano il suo bisogno di muoversi e di mettere qualcosa in bocca.

A questo punto il mio pensiero fa uno scalino. Cosa posso fare io come infermiera date le circostanze che non posso modificare? Su queste non ho nessun tipo di influenza, ma sulla mia attività sì.

Torno da Mara con il marito. Nel frattempo è arrivata anche l’amica che era presente al momento dell’incidente.
Penso ad un’alternativa che contemporaneamente non esponga M. a rischi e cerchi di andare incontro ai suoi bisogni, se lei, il marito e l’amica sono d’accordo. M. può sedere al bordo del letto sostenuta dal marito e sentire il gusto di alcuni frutti o bevande attraverso una garza.
Ho considerato che risponde bene il training cardio-circolatorio sul letto di statica e che se ci fossero problemi potrebbe tornare sdraiata in pochi secondi. La cannula è cuffiata e inoltre i giorni precedenti avevo notato che aveva deglutito spontaneamente durante l’igiene orale quindi è al riparo dal rischio di aspirazione. Mi assumo la responsabilità di questa decisione.
Spiego come concretamente come si svolgerà l’attività, chiarisco con il marito e l’amica quali saranno i loro compiti. Accettano di buon grado. Tra gli “assaggi” che propongo Mara sceglie banana, mela e caffè.
Mara non ha il controllo del tronco, ma grazie al sostegno del marito che è in ginocchio sul letto dietro di lei e i piedi ben appoggiati al pavimento riesce a sedere in modo stabile e senza problema alcuno.
Si guarda intorno e soprattutto per la prima volta fuori dalla finestra. La apro, entra il fresco del temporale appena passato. Annusa l’aria e cerca di raddrizzarsi aiutandosi con la mano destra e alzando la testa, che di solito e sempre flessa verso il tronco.
Porgo all’amica la garza con un piccolissimo pezzo di banana chiuso entro e le chiedo di farlo annusare ad Mara e dico a Mara che può assaggiarlo se vuole. Apre la bocca, prima lo succhia poi lo mastica. La banana non può uscire, ma il giusto sì. Lo stesso con la mela e il caffè.
Mentre mastica ha gli occhi spalancati, lo sguardo concentrato. Deglutisce ed esplora con la lingua anche la tasca della guancia sinistra.
Dopo una pausa nella stessa posizione l’amica la aiuta a lavarsi i denti.
Appena torna sdraiata non fa in tempo ad appoggiare la testa sul cuscino che chiude gli occhi e si addormenta.

Esco dalla stanza soddisfatta.

Sono contenta di aver potuto andare incontro ai bisogni di Mara, pur non potendo soddisfare le sue richieste. Il marito e l’amica hanno potuto sentirsi utili. Ma ha avuto stimoli positivi per quanto riguarda la propriocezione, il controllo della posizione, i sensi, la deglutizione.

E sono contenta di essere riuscita a non subire una situazione che vivevo
come negativa, ma a trasformarla.

Anna Chissalè